Prevenzione dei disastri naturali: a che punto siamo?


Ricorre oggi, 13 ottobre, la Giornata Internazionale per la riduzione dei disastri naturali, designata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1989. L’idea di base era quella di definire uno standard globale di prevenzione contro le catastrofi ambientali, perfezionando un modello “che dimostra la razionalità di spendere 1 in prevenzione per risparmiare 10 in caso di disastro”, come sottolineava il geofisico Frank Press.

Il nostro Paese, più di moltissimi altri sia a livello europeo che mondiale, presenta moltissimi rischi idrogeologici ed è un territorio fortemente sismico. Perciò ha bisogno di azioni concrete perché i residenti delle aree a rischio, che crescono di giorno in giorno con l’aggravarsi della crisi climatica, non debbano subire gli effetti di catastrofi sempre più frequenti.

L’identificazione dei rischi per soluzioni integrate

Il nostro Paese, a fasi alterne, torna a vivere sempre gli stessi drammi. È il caso degli ultimi grandi terremoti, che hanno colpito la penisola nel 2009, 2012 e 2016. Nonostante le problematiche si siano ripresentate nelle stesse modalità, mettendo in discussione la politica sulle ricostruzioni e sulla gestione delle emergenze, ad oggi non esistono piani integrati che mettano i cittadini al riparo dai terribili danni che un evento sismico può provocare.

Anche quando si trovano accordi per la riduzione degli effetti dei disastri naturali, l’approccio è sì quello della prevenzione, ma non quello dell’eco-adattamento. Lo mette in evidenza Carlo Pelanda, di Assinews, che punta il dito sui difetti delle politiche di prevenzione: “un difetto è ad esempio: puntare troppo sulla de-carbonizzazione, per ridurre l’effetto serra riscaldante, e troppo poco sull’eco-adattamento; difendersi da uno specifico pericolo dopo che si è attualizzato senza valutare la varietà degli altri possibili. Ciò è semplificabile con una foto: una casa ricostruita in modo antisismico dopo il terremoto del Friuli (1976) che galleggia integra in un flusso alluvionale, sradicata.”

Mettere in sicurezza le abitazioni per evitare i danni degli eventi sismici, in altre parole, non le mette necessariamente al riparo da eventi come alluvioni, frane e disastri simili.

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A che punto siamo?

Gli eventi che nei giorni scorsi hanno visti protagonisti i territori di Piemonte, Emilia Romagna e Valle d’Aosta, con frane, smottamenti e interi comuni isolati e senza elettricità, sono la spia di un’Italia che riesce a fronteggiare sempre meno il pericolo idrogeologico. Di chi è la colpa?

L’anno scorso la risposta è arrivata dalla Corte dei Conti, che ha evidenziato come il sistema di gestione e controlli sia lento e macchinoso. Nell’anno 2019 sono stati spesi soltanto il 19% dei fondi stanziati. La colpa, tra virgolette, è degli enti locali, soprattutto quelli dei centri più piccoli, che fanno fatica a gestire le risorse e ad accedere a studi e ricerche specifiche. Come però sottolinea Raffaele Buccolo di Due Righe, “tutto questo non dipende dai funzionari dei piccoli comuni, ma dalla complessità di alcuni progetti che richiedono una grande mole di lavoro e progettazione. A supporto di questo problema, il ministro Costa ha messo a disposizione dei piccoli comuni le competenze dei funzionari della Sogesid.”

La risposta del Recovery Plan

Un punto di svolta, finalmente, sembra quello rappresentato dal Recovery Plan, o Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), pensato per rilanciare l’Italia. Marco De Ponte, Segretario Generale ActionAid, guarda con ottimismo al testo. “Negli ultimi 70 anni le catastrofi naturali hanno causato danni per 290 miliardi di euro: un enorme spreco di risorse se consideriamo che ad ogni disastro si è sempre ricominciato tutto da capo, senza fare tesoro delle esperienze passate. Oggi il Recovery Fund rappresenta un’opportunità unica per l’Italia. L’Europa ci chiede di dare priorità negli investimenti al tema della sostenibilità ambientale e, alla luce di questo, il Governo deve prendere atto della fragilità del nostro territorio e della vulnerabilità delle comunità. È fondamentale che l’Italia diventi un paese resiliente, capace di ridurre i rischi e di rispondere efficacemente agli shock da disastro naturale diminuendone gli effetti per la popolazione nel breve, medio e lungo periodo. Solo così in una futura catastrofe le perdite di vite umane, i danni materiali e le inevitabili conseguenze economiche e sociali saranno ridotte e mitigate.”

Pubblicato in Ricerca il 13 ottobre 2020 alle 16:00

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