Marketing per distratti: ha ancora senso produrre contenuti in un mondo senza attenzione?

Michela Morelli

Leggete ad alta voce (o anche solo a mente) la frase che segue, per intero. Siamo entrati, probabilmente senza possibilità di ritorno, nell’era dell’economia dell’attenzione frammentata. Ecco, sono passati esattamente 8 secondi. E, se siete per così dire al passo con i tempi, la vostra soglia di attenzione si è già abbassata, se non esaurita del tutto. Se così fosse, questa seconda frase era già troppo lunga per essere letta con attenzione. Forse stiamo già parlando al vento. Se così non fosse, grazie per essere rimasti. Fate parte di una minoranza destinata ad estinguersi.

No, non stiamo esagerando: il dato a cui facciamo riferimento è quello emerso dal report User Attention Span 2026 secondo il quale la soglia di attenzione media dell'utente digitale è scesa a soli 8 secondi. Poco più di vent’anni fa lo stesso dato era di 12 secondi (neanche tantissimi, se volessimo essere disfattisti fino in fondo). Questo declino non è solo un numero, ma il chiaro sintomo di un mercato saturo, in cui la Gen Z e la neonata Gen Alpha sono abituate a cambiare compito digitale in media ogni quattro minuti. Alla luce di questi fatti, ha ancora senso per un’azienda investire tempo e budget nella creazione di contenuti? Spoiler per chi non arriverà in fondo al paragrafo: sì, ma a patto di smettere di produrre semplice rumore. Vediamo come.

Il paradosso dell'abbondanza: il content shock

Sapete quanti sono 392 miliardi? Se prendiamo come riferimento tutti gli abitanti della Terra in questo momento, che sono circa 8 miliardi, dobbiamo contarli per 49 volte. Ebbene, questo numero mostruoso è quello delle mail inviate ogni giorno nel 2026 secondo Statista . Non stupisce che l’utente medio si senta bombardato da una tale quantità di stimoli, a cui vanno aggiunti i 300 miliardi di dollari che vengono spesi in pubblicità sui social. Come se ne esce? Con il cosiddetto scrolling difensivo, una specie di filtro cognitivo che aiuta l’utente, che sia un consumatore medio o un decision maker aziendale, a ignorare i contenuti considerati non vitali.

L’AI generativa, neanche a dirlo, ci ha messo il carico da cento, aumentando esponenzialmente la quantità di contenuti disponibili e abbassandone la qualità media. La distrazione cronica e l’abbassamento della soglia media dell’attenzione non sono quindi frutto della noia o di un’involuzione umana, ma sono il risultato del sovraccarico informativo costante, del quale abbiamo anche già parlato qui

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E il marketing? Reinventare il contenuto pensando al consumatore

L’era dell’improvvisazione è finita (era mai cominciata?). Chi crea contenuti deve farlo con la precisione di un cecchino, guardando con estrema attenzione al suo target e ottimizzando le proprie risorse. Partiamo da una macro distinzione:

  1. nel B2B il buyer da colpire col contenuto non è alla ricerca di intrattenimento ma di soluzioni, che riducano il rischio dei suoi acquisti portandogli profitto, non rumore. Il contenuto che lo intercetti deve quindi essere pensato in ottica di crescita e deve riportare dati proprietari credibili. Nell’era dell’AI, che può creare contenuti generici a spron battuto senza mai sporcarsi le mani, il dato fresco e verificato è diventato la moneta di scambio per acquistare fiducia e reputazione.
  2. Nel B2C il vero gancio per evitare la distrazione è la connessione emotiva istantanea. Qui le strategie servono fino ad un certo punto. Quando emerge la strategia, l’utente è perso: a vincere è sempre e comunque l’autenticità. Ma attenzione, anche l’autenticità si può sfruttare con criterio e scegliendo i content creator giusti. Ce lo conferma il dato di Thunderbit secondo il quale il 61% dei consumatori si fida più degli influencer e dei creator che dei brand. Il loro volto e i loro contenuti quindi, se autentici e ben calibrati, sono l’antidoto più potente alla distrazione.

Strategie pratiche per non essere invisibili

Esistono delle strategie che possono aiutare i business ad ottimizzare la propria presenza digitale, riducendo il rischio di diventare invisibili nel mare magnum di contenuti mediocri o generati dall’AI che fagocitano l’attenzione del consumatore finale:

  1. frammentazione strategica dei contenuti: dimentichiamo i report chilometrici che fino a poco tempo fa davano all’azienda un’aria di rispettabilità e professionalità. O meglio, dimentichiamo che vadano bene per tutto in ogni contesto. Bene il report, bene i dati specifici e le solide e dettagliate documentazioni, ma meglio se si riesce a declinarli in diversi formati pronti all’uso e più adatti al mezzo scelto. Lo stesso contenuto, magari pesante e pregno di informazioni, può diventare all’occorrenza:
    • un estratto ottimizzato in ottica GEO (Generative Engine Optimization, ovvero il recupero delle informazioni da parte dell’AI);
    • un’infografica che sintetizzi il contenuto per massimizzare l’engagement su piattaforme come Linkedin;
    • un video veloce, di circa 15 secondi, che lo sintetizzi ulteriormente focalizzandosi sul concetto di problema/soluzione per social in cui bisogna attirare l’attenzione nei primi 3-4 secondi.
  2. adozione di formati interattivi: calcolatori, configuratori di prodotti, che aumentano esponenzialmente l’engagement e sono veri e propri moltiplicatori di conversioni rispetto ai contenuti statici;
  3. mantenimento della supervisione umana nella produzione e nel monitoraggio dei contenuti generati: delegare interamente all’AI la produzione di contenuti compromette, sul lungo periodo, l’autorevolezza dei brand e le performance dei contenuti stessi. Non solo: l’automazione senza supervisione incide negativamente anche sul posizionamento SEO. L’AI può aiutare a velocizzare molti flussi di lavoro, ma per la produzione di contenuti teniamo a mente la parola che fa da spartiacque tra l’essere invisibili e l’essere attrattivi: autenticità.

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Il ruolo della ricerca di mercato: perché produrre contenuti data-driven

Produrre contenuti senza pensare all’utente finale è come guidare a fari spenti in autostrada. Anche se meno pericoloso, in effetti, ma non è forse pericoloso per un’azienda sprecare risorse e tempo che potrebbero essere usati con maggiore saggezza e strategia? Il marketing per "distratti", cioè il marketing del 2026, richiede che il messaggio sia:

  • immediato: deve dire l’essenziale nei primi 3 secondi;
  • rilevante: deve rispondere ad un bisogno preciso;
  • verificabile: citare la fonte ci rende sempre più credibili mentre si annega nel mare delle fake news e dei deepfake.

L’azienda che collabora con un istituto di ricerche di mercato sfrutta know how ed esperienza di professionisti abituati non solo a raccogliere, ma soprattutto a leggere ed interpretare i dati, per smettere di produrre contenuti e cominciare a produrre asset strategici. E questo fa tutta la differenza del mondo.


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