Michela Morelli
Mai sentito parlare di permacrisi? È una parola cupa, sinistra, ma per un analista di mercato è ormai pane quotidiano. È la nuova normalità, passare da una crisi all’altra senza periodi di calma piatta in cui tirare il fiato. Il pessimista la definirebbe una serie infinita di disastri, l’ottimista lo ritiene un ottimo allenamento. L’analista la tratta per quello che è: una nuova forma di equilibrio dinamico. In cui non ci si annoia di sicuro…
Gli ultimi giorni ci hanno dimostrato ancora una volta che lo shock, quando è costante, smette di essere shock. La crisi in Iran, che al momento in cui scriviamo è ancora in corso, ha riportato gli occhi del mondo intero sul Medio Oriente, non che di recente avesse avuto molte occasioni per distoglierli. Se ci limitiamo ad esaminare la questione da un punto di vista economico, perché di quello umano è bene discutere con serietà in altre sedi, possiamo dire che non è stata una vera e propria sorpresa.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz e le fluttuazioni del mercato energetico hanno riempito le prime pagine, ma per chi si occupa di analisi di mercato, questo scenario non è stato un’anomalia improvvisa. È, piuttosto, la conferma di un nuovo standard: un mondo geopolitcamente instabile che ciclicamente esplode in una crisi quasi prevedibile.
Per un’azienda, sia essa focalizzata sul B2B o sul consumatore finale, il punto non è più chiedersi "se" accadrà una crisi, ma quando, dove e soprattutto come farsi trovare pronti quando il ciclo si ripete.

Viviamo in un sistema economico profondamente interconnesso. Una frase fatta? Non solo, ma anche un curioso e beffardo butterfly effect per cui uno starnuto a Teheran diventa un raffreddore per una piccola impresa italiana, e un missile che cade accanto ad una petroliera deflagra sotto forma di pieno della benzina sopra i 2 euro al litro. Questa strettissima connessione tra le economie mondiali può quindi sembrare un punto di vulnerabilità e, diciamolo, anche un po’ una fregatura. Ma la realtà è che, allo stato attuale delle cose, l’interconnessione è anche la nostra più grande protezione.
Se infatti nelle crisi del passato una porta sbarrata significava merce ferma senza se e senza ma, la capillarità delle reti commerciali odierne permette una capacità di assorbimento degli urti senza precedenti. Se una rotta si complica o viene interrotta, il sistema globale reagisce cercando immediatamente delle alternative. Il che significa merce più cara, in ritardo, ma non ferma.
Secondo i dati più recenti della International Energy Agency, nonostante il 20% circa del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL) transiti per lo Stretto di Hormuz, grazie alla diversificazione delle fonti e all’aumento della capacità di stoccaggio di Europa ed Asia, si spera che l’inevitabile crisi non si trasformi in collasso sistemico.
A volerne cercare un altro lato positivo, l’'interdipendenza costringe i principali attori globali alla collaborazione, senza far leva sui buoni sentimenti (che scarseggiano): nessuno, nemmeno il più idealista, ha oggi interesse in una rottura totale dei flussi, e questo rende le crisi tumultuose, fastidiose, ingiuste ma spesso contenute entro certi parametri di adattabilità.

Se l’incertezza è la nuova norma, la reazione non può essere l’ansia. In uno scenario di permacrisi la risposta, quando è immediata, è già in ritardo. Per anni, infatti, le aziende erano efficienti quando riuscivano a rispondere alle emergenze just in time. Oggi resta davvero a galla solo chi riesce ad anticipare la crisi. Questo atteggiamento, che permette di restare competitivi in una corsa con sempre più ostacoli, è resilienza proattiva.
Per imparare a barcamenarsi in contesti pericolosi o instabili (o entrambe le cose, come accade di solito) bisogna avere:
I dati sulla crisi interna iraniana (ormai anche esterna) sono un monito importante: con un’inflazione che ha toccato punte oltre il 68% nel febbraio 2026 (SCI, Statistical Center of Iran), vediamo come l'instabilità eroda rapidamente il potere d'acquisto locale. E questo non tocca solo loro, con effetti drammatici sulla vita della popolazione iraniana. Anche per le imprese europee e del resto del mondo, questo dato significa che bisogna monitorare non solo la disponibilità delle merci, ma anche la stabilità dei partner, soprattutto in aree calde come quella mediorientale.
Quando gli scenari sono così foschi e incerti, abbiamo già detto che l’ultima cosa da fare è lasciarsi prendere dal panico, o sentirsi sconfitti in partenza. Ogni azione preventiva nasce da una strategia, e ogni strategia ha bisogno di uno studio dietro. E qui subentrano gli istituti di ricerca di mercato. Che non hanno la sfera di cristallo per predire il futuro, ma possono fare una cosa fondamentale: pulire il segnale dal rumore di fondo.

Il lavoro di chi fa ricerca consiste nel trasformare un titolo di giornale ansiogeno in un dato che possa diventare azione. Mentre i media parlano genericamente di crisi e gridano alla catastrofe, gli istituti analizzano l’impatto reale delle tensione sui costi di prodotti e servizi, la variazione del sentiment dei consumaturi e le strozzature reali nelle catene di approvvigionamento. I business che collaborano con i centri di ricerca non subiscono gli eventi, ma li anticipano. Le strategie, gli acquisti, le scorte e i piani B sono già nel cassetto con mesi di anticipo rispetto a quelli dei concorrenti che “navigano a vista".
L’ottimismo consapevole (e non cieco) nasce dalla consapevolezza che, sebbene il contesto sia irrequieto, è imprevedibile solo fino ad un certo punto, e gli strumenti per gestirlo sono più sofisticati che mai. La tecnologia e l'analisi dei dati permettono oggi di simulare scenari e preparare paracadute finanziari e operativi che fino a dieci anni fa erano impensabili.
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